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ToggleTra tutte le cose che avevo in programma di fare questa estate, allevare due pavoncini non era sicuramente nella lista anche se, in fondo, un pensiero sui pavoni lo avevo sempre coltivato.
Poi, come spesso accade, è stato il caso a dare una spinta ai progetti che rimangono troppo a lungo nel cassetto. Scorrendo Facebook mi sono imbattuta nel post di un signore che vendeva uova feconde di pavone.
Credo di averci pensato pochissimo. C’era un’incubatrice libera (la mia Covatutto 16L, semplice ma funzionale), e davanti alla possibilità di provare un’esperienza nuova ha prevalso immediatamente quella parte di me che tende a pensare che, se c’è qualcosa di interessante da scoprire, vale la pena tentare.
Così, il 14 maggio, cinque uova di pavone sono arrivate a casa con me.
Aspettando la schiusa tra ansia e imprevisti
Un paio di giorni a riposo, con la punta rivolta verso il basso, poi l’incubatrice con temperatura a 37,5 °C*, umidità al 50-55% (fino al 70% negli ultimi giorni), rotazione regolare delle uova tranne negli ultimi tre giorni, e ventotto giorni di attesa. Questa, la teoria per incubare con successo delle uova di pavone. La pratica, almeno per me, è stata un’altra cosa.
All’inizio il problema era la temperatura: il termometro dell’incubatrice diceva una cosa, quello che avevo inserito io per una verifica ne segnalava un’altra. Una differenza sufficiente a farmi dubitare continuamente di quale dei due stesse misurando correttamente.
Poi è arrivato il dubbio sull’umidità, poi quello sull’arieggiamento, poi ancora la domanda inevitabile: sto intervenendo troppo o troppo poco?
Come se non bastasse, a un certo punto il gira-uova si è incastrato e me ne sono accorta soltanto dopo circa due giorni. Le uova, che avrebbero dovuto cambiare regolarmente posizione, erano rimaste praticamente ferme. Naturalmente ho pensato al peggio.
Per fortuna, grazie alla speratura (quell’operazione che consiste nell’osservare un uovo controluce per vedere cosa succede dentro) ho potuto rassicurarmi: mentre una delle uova fin dall’inizio non si era sviluppata, le altre quattro continuavano ad apparire scure, occupate da una massa che continuava a crescere. Non potevo sapere come sarebbe finita, ma almeno sapevo che lì dentro la vita stava andando avanti.
La data prevista per la schiusa era intorno al 12-13 giugno. Così, il 10 giugno, come da manuale, era arrivato il momento di togliere il gira-uova e preparare l’incubatrice alla fase finale.
Aprii il coperchio e sentii pigolare. Un pulcino aveva già bucato il guscio! Era vivo, sveglio, e decisamente poco interessato al calendario ufficiale dell’incubazione. Aveva deciso che era arrivato il momento di venire al mondo.
Ricordo che quella mattina ho aspettato con il cuore sospeso, incapace di allontanarmi dall’incubatrice. Volevo esserci, vedere con i miei occhi il momento esatto in cui sarebbero usciti dopo tutti quei giorni di attesa e alla fine è successo.
Prima un uovo, poi l’altro, hanno cominciato ad aprirsi. Quando finalmente ce l’hanno fatta, erano stremati, tutti bagnati e con il piumino ancora appiccicato al corpo. E io ero lì, con gli occhi pieni di emozione, a guardarli per la prima volta fuori da quelle uova che avevo sorvegliato per quasi un mese. Ce l’avevo fatta. Ma, più ancora, ce l’avevano fatta loro.
*i parametri possono variare leggermente in base al modello di incubatrice
I primi giorni di vita dei pavoncini
Alla fine, ne sono nati due, a poche ore di distanza e con tre giorni di anticipo.
Uno chiarissimo, subito soprannominato “il biondo”, l’altro scuro, con il viso segnato da un piccolo contorno giallo intorno agli occhi. Erano così diversi che distinguerli non è mai stato un problema, nemmeno nelle primissime ore.
L’allevatore mi spiegò che il biondo era un nigripennis, una mutazione di colore del pavone indiano, che nei giovani può dare colorazioni molto chiare destinate poi a cambiare con la crescita.
Li ho lasciati nell’incubatrice per le prime ventiquattro ore, come faccio di solito con i pulcini di gallina. Poi è arrivato il momento di tirarli fuori e ho cominciato ad agitarmi. Nella mia testa, toglierli di lì equivaleva a strapparli da un rifugio sicuro per buttarli in un mondo pieno di pericoli, freddo e malattie. Erano minuscoli e, una volta fuori dall’incubatrice, mi sono sembrati ancora più indifesi.
Li ho sistemati in una scatola di cartone con una chioccia elettrica, una piastra riscaldante rialzata sotto la quale i piccoli possono infilarsi quando hanno bisogno di calore. In pratica sostituisce, almeno da questo punto di vista, la mamma.
Per insegnare loro a mangiare e bere, invece, all’inizio ho dovuto mostrare loro il cibo e l’acqua beccando con il dito, guidandoli delicatamente verso le ciotoline. Hanno imparato subito.
Oltre alla pappa, i primi giorni sono stati fatti soprattutto di sonno. Si svegliavano, mangiavano qualcosa, bevevano, facevano pochi passi e tornavano sotto la chioccia. Vederli sparire insieme sotto quella specie di piccolo tetto caldo mi tranquillizzava parecchio.
Con il passare dei giorni hanno cominciato anche a mostrare le prime differenze di carattere. Il biondo era generalmente il primo a buttarsi nelle novità, mentre lo scuro tendeva a osservare un po’ di più prima di seguirlo. Differenze appena accennate all’inizio, ma che nei mesi successivi sarebbero diventate sempre più evidenti.
Ed è forse proprio questo il passaggio più bello nell’allevare degli animali dalla nascita: arriva un momento in cui smetti di vedere due pavoncini e cominci a vedere due personalità distinte.
L’alimentazione dei pavoncini nei primi mesi
L’alimentazione è stata una delle cose sulle quali ho cercato più informazioni, perché sui pavoni si trovano consigli molto diversi e non sempre è semplice capire quali abbiano davvero senso.
La base, fin dall’inizio, è stata il mangime completo sbriciolato per pulcini. Nei primi mesi lo sviluppo è rapidissimo e ho preferito che la parte principale della dieta rimanesse qualcosa di formulato per garantire proteine, vitamine e minerali nelle giuste proporzioni.
Pur essendo formulato per pulcini di gallina e non specificamente per pavoncini, lo sbriciolino che ho utilizzato contiene il 21,5% di proteina grezza, una percentuale adeguata a sostenere la loro rapida crescita e lo sviluppo del piumaggio.
Questo non significa però che abbiano mangiato soltanto sbriciolino.
Man mano che crescevano ho cominciato a proporre piccoli assaggi, inizialmente con molta cautela e poi con sempre maggiore varietà. Qualche pezzetto di frutta, verdure, fiori, foglie ed erbe aromatiche. Malva, origano e perfino aglio sono stati accolti con un entusiasmo tale da rendere difficile capire se abbiano davvero dei gusti o se, semplicemente, a quest’età considerino qualsiasi cosa nuova un’occasione imperdibile per mangiare.
Mi interessa particolarmente osservarli con le piante. In natura un animale non dispone di una ciotola contenente ogni giorno un alimento perfettamente bilanciato: incontra decine di vegetali diversi, li assaggia, li seleziona e assume con essi una quantità di sostanze che non hanno soltanto valore nutritivo.
Molte piante, inoltre, contengono composti biologicamente attivi e sappiamo che in diverse specie animali esistono comportamenti di selezione delle piante che possono avere anche una funzione sanitaria.
Per ora, però, il mio piccolo esperimento ha un evidente difetto metodologico: scelgo io quello che propongo e loro divorano praticamente tutto.
Più avanti, quando avranno a disposizione un ambiente molto più ricco e potranno scegliere autonomamente cosa becchettare, sarà interessante vedere se emergeranno preferenze vere.
Nel frattempo le novità alimentari hanno anche un’altra funzione che non avevo considerato abbastanza all’inizio: li tengono occupati. Una foglia appesa alla rete non è soltanto qualcosa da mangiare. Bisogna raggiungerla, strapparla, contendersela e possibilmente rubare il pezzo che sta mangiando l’altro, perché per qualche misteriosa legge universale il cibo nel becco del compagno è sempre migliore dello stesso identico cibo che si ha davanti.
Dalla scatolina alla voliera
In questi primi mesi i miei due pavoncini sono cresciuti a una velocità impressionante! Vedendoli ogni giorno, è facile non rendersi conto di quanto sia rapida la trasformazione. Il piumino che viene progressivamente sostituito dalle piume, le ali che diventano sempre più grandi, le zampe che si allungano e la coroncina che comincia a comparire sulla testa facendoli assomigliare ogni giorno un po’ di più ai pavoni che diventeranno. La differenza si vede davvero quando confronto le fotografie: sembra quasi impossibile che quei due esserini appena usciti dall’uovo siano gli stessi animali che adesso occupano la voliera.
E ho scoperto molto presto che crescere significa anche imparare a volare. I pavoncini sviluppano sorprendentemente in fretta la capacità di saltare e svolazzare e la scatola che nei primi giorni sembrava enorme ha cominciato presto a essere un confine fin troppo facile da superare.
Anche il loro spazio, quindi, è cresciuto insieme a loro. All’inizio c’era la scatola in salotto con la chioccia elettrica. Poi gradualmente ho tolto la chioccia (prima solo di giorno, successivamente anche la notte) e infine è arrivata anche una piccola voliera provvisoria che ho posizionato sotto al portico e dove ora trascorrono le loro giornate.
La notte, per il momento, continuano a rientrare in casa. In parte perché la voliera definitiva ancora non esiste (i lavori inizieranno a breve), e in parte perché preferisco accompagnare gradualmente il loro passaggio verso una vita completamente all’aperto.
I giovani pavoni e le malattie
Una delle cose che mi ha preoccupato di più nei primi mesi è stata la vulnerabilità dei giovani pavoni ad alcune malattie e parassitosi, soprattutto quando iniziano ad avere contatto con il terreno. Nel mio caso la questione era particolarmente importante perché alla Pinvi Farm vivono anche galline e oche.
Tra i problemi a cui i pavoncini sono più sensibili ci sono la coccidiosi e l’istomoniasi (o blackhead). Quest’ultima richiede particolare attenzione quando pavoni e galline condividono gli stessi spazi, perché i polli possono contribuire al ciclo del parassita senza mostrare necessariamente sintomi. Per questo ho evitato di lasciare i pavoncini sul terreno abitualmente frequentato dagli altri avicoli e ho adottato anche qualche semplice precauzione nella gestione quotidiana. Per esempio, prima di occuparmi dei pavoncini mi lavo sempre le mani se ho appena preso in mano una gallina, raccolto le uova o maneggiato qualcosa nel pollaio, per evitare di trasportare involontariamente parassiti o altri patogeni da un ambiente all’altro.
A circa due mesi e mezzo ho deciso che era arrivato il momento della prima passeggiata. Li ho portati nell’orto, una zona recintata proprio per tenere fuori galline e oche e pertanto relativamente sicura.
Ero convinta che, appena messe le zampe sull’erba, sarebbero impazziti di entusiasmo. La loro prima reazione è stata invece una meravigliosa perplessità. Sono rimasti a guardarsi intorno, cauti, con quell’atteggiamento che ormai riconosco quando devono decidere se una novità sia interessante oppure rappresenti la fine imminente del mondo.
Per loro era tutto nuovo: l’erba e il terreno irregolare sotto le zampe, le foglie da esplorare, gli insetti da inseguire, nuovi odori e nuovi stimoli. Fino a quel momento avevano conosciuto soltanto superfici lisce e protette. Improvvisamente avevano sotto le zampe un piccolo mondo da scoprire.
Clio e Morfeo
Per settimane sono rimasti semplicemente “il biondo” e “lo scuro”. Continuavo a rimandare la scelta dei nomi soprattutto perché non conoscevo, e ancora non conosco con certezza, il loro sesso. A un certo punto però ho deciso che non potevo continuare a chiamarli per sempre in base al colore: lo scuro è diventato Clio, il biondo Morfeo. Se un giorno scopriremo che uno dei due nomi è decisamente poco appropriato, affronteremo il problema.
Nel frattempo, le differenze tra loro sono diventate molto più evidenti di quelle del piumaggio. Clio tende a osservare prima di agire: esplora, controlla gli angoli della voliera e spesso sembra voler capire come funziona qualcosa prima di provarci. Morfeo è decisamente più impulsivo: sale, afferra, reclama e si lancia nelle cose, salvo magari arrampicarsi nel punto più alto della voliera e scoprire solo dopo di non avere la minima idea di come scendere.
È anche il più prepotente dei due. Da quando a Clio hanno cominciato a spuntare le piumette della coroncina, Morfeo ha sviluppato una particolare passione per strappargliele. Più di una volta le ho viste finalmente ricomparire, per poi scoprire qualche giorno dopo che erano sparite di nuovo. A quasi tre mesi Clio, per colpa sua, è ancora praticamente senza coroncina.
Nonostante queste piccole angherie, i due sono inseparabili. Si cercano, si seguono e affrontano insieme praticamente tutto quello che succede intorno a loro. E quando qualcosa li spaventa davvero, le differenze di carattere scompaiono completamente.
È successo qualche settimana fa, durante una giornata di vento molto forte. Erano nella voliera sotto il portico quando le raffiche, il rumore e tutto ciò che improvvisamente si muoveva intorno a loro li hanno mandati nel panico. Hanno cominciato a lanciarsi contro la rete e a quel punto li ho riportati in casa.
Prima o poi dovranno conoscere anche vento, pioggia, temporali e tutti i rumori della vita in campagna, ma c’è una bella differenza tra abituarsi gradualmente a qualcosa e terrorizzarsi al punto da rischiare di farsi male. E, tutto sommato, una certa prudenza nei confronti di ciò che non conoscono non mi dispiace affatto. Ho avuto animali fin troppo poco timorosi e ho imparato che non è necessariamente un vantaggio.
Cresciuti insieme a me
Fin dall’inizio ho cercato di evitare che Clio e Morfeo diventassero completamente dipendenti dalla presenza umana. Non li ho abituati a stare continuamente in braccio o a cercare me come unica compagnia: sono sempre stati prima di tutto una coppia, con l’altro come compagno costante.
Allo stesso tempo, però, sono cresciuti accanto a me. Per molto tempo la loro scatola è stata in salotto e anche dopo, con il trasferimento nella voliera sotto il portico, hanno continuato a trascorrere le giornate di fianco a dove vivo e lavoro e la mia presenza è diventata parte della loro normalità.
Me ne accorgo soprattutto quando sparisco dalla loro vista. Appena succede mi chiamano con un verso particolare e, appena ricompaio, si tranquillizzano. Non hanno bisogno che rimanga davanti a loro, gli basta sapere che ci sono.
Verso i tre mesi, con una domanda ancora aperta
Tra pochi giorni Clio e Morfeo compiranno tre mesi e c’è ancora una cosa che non so: se siano due maschi oppure un maschio e una femmina. Al momento sono queste le due possibilità che mi sembrano più probabili; l’ipotesi di due femmine, invece, mi convince sempre meno. Clio sta cambiando rapidamente e il suo piumaggio comincia a dare qualche indizio in più, mentre con Morfeo, essendo nigripennis, potrei dover aspettare ancora prima di avere una risposta sicura.
Nel frattempo sta per iniziare un altro capitolo: in settimana cominceranno i lavori per la loro voliera definitiva. Quella sotto il portico è sempre stata una soluzione temporanea e ormai è arrivato il momento di pensare a uno spazio adatto anche ai pavoni adulti, sviluppato in altezza, con posatoi, zone riparate e un ricovero per la notte.
Ci sono parecchie cose da considerare, dalla sicurezza al modo in cui questi animali utilizzano lo spazio, e proprio per questo ho deciso che la sua costruzione merita un articolo dedicato.
Per ora, quindi, mi fermo qui. Tre mesi fa avevo cinque uova dentro un’incubatrice e non sapevo nemmeno se sarebbe nato qualcosa. Adesso ho Clio e Morfeo. Non so ancora come cambieranno i loro colori, quali caratteri conserveranno crescendo e sicuramente non so quali altre sorprese mi aspettino.
Ma ormai è chiaro che con loro le cose interessanti cominciano proprio quando penso di aver finalmente capito qualcosa.

Copywriter ed esperta in comunicazione e marketing digitale. Per professione sono curiosa e appassionata di tutto quanto riguarda l’innovazione tecnologica, nel tempo libero invece mi dedico all’apicoltura e alla vita di campagna.










